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La tratta dei rifiuti plastici: se il riciclo è una bugia

 

rifiuti plastici

 

Per molti anni ci hanno fatto credere che riciclare fosse la soluzione al problema dell’inquinamento da plastica. Tuttora le grandi multinazionali ci propinano verdi bottigliette in plastica riciclata e ci invitano a differenziare. E noi lo facciamo. Non tutti, certo ma tanti. Desiderosi più che mai di fare la nostra parte. Quel che non sapevamo davvero è cosa succedesse davvero ai nostri rifiuti. Magari immaginavamo una meravigliosa, pulitissima filiera in cui la plastica veniva separata, forse triturata e infine trasformata in nuovi oggetti, senza quindi disperdersi nell’ambiente.

 

Perché riciclare la plastica non è conveniente?

 

Nuovi, inquietanti dossier giornalistici, da alcuni mesi ci stanno aprendo gli occhi e ci mettono di fronte al fatto nudo e crudo: la plastica non è un materiale meraviglioso, anche se è poco costoso e duttile e resistente. La plastica dura per sempre. Nel bene e nel male. La plastica non è facile da riciclare, tutt’altro. Non assomiglia per niente al vetro che puoi riciclare all’infinito. Per riciclare la plastica la devi pulire, smistare e triturare in piccoli pezzi detti flakes. Da questi poi puoi produrre nuovi oggetti. Purtroppo però ad ogni passaggio il polimero perde qualità e si deteriora.

Questo è uno dei motivi per cui riciclare la plastica non è redditizio, perché il materiale che si ottiene da un processo costosissimo non è di buona qualità e quindi vale davvero poco. Chi mai lo farebbe? I Paesi ricchi, infatti, non lo fanno quasi mai. O lo fanno solo per quei tipi di plastiche più adatte al procedimento di trasformazione. Il resto della plastica che noi più o meno diligentemente conferiamo, viene bruciata o, mossa ancor più furba, venduta a Paesi più poveri, spesso nel quadro di accordi commerciali internazionali (insomma li obblighiamo a prendersela e farne quel che più li aggrada). Molto più facile e meno costoso piazzarla su un container diretto a Sud che avviarla al riciclaggio in patria.

Questi enormi quantitativi di rifiuti in plastica finiscono per noi nella casella “plastica riciclata” e possiamo lavarcene beatamente le mani. Spesso però quando arriva a destinazione la plastica viene depositata semplicemente in enormi discariche a cielo aperto o viene bruciata. I paesi che la ricevono non sono in grado di smaltirla e gestirla e ne rimangono pressoché sommersi. Quella che ricevono è oltretutto la plastica peggiore, la più difficile da riciclare, quella che vale meno e che spesso è più tossica.

 plastic flakes

Ma dove va a finire la nostra plastica?

 

Fino al 2017 la plasticaccia se la prendeva la Cina, per riciclarla (?) ma poi anche loro si sono stufati e hanno chiuso i porti alla nostra immondizia. Da allora abbiamo dovuto trovare soluzioni alternative: la Malaysia (Greenpeace ha scoperto un traffico di più di 1300 tonnellate solo nei primi sei mesi del 2019 spedite illegalmente dall’Italia a questo Paese del sud-est asiatico), l’India, il Pakistan, lo Yemen, il Nord Africa e l’Africa in generale.

Sempre secondo Greenpeace nei primi nove mesi dello scorso anno, su un totale di 2.880 tonnellate di rifiuti plastici spediti dall’Italia per via diretta in Malaysia, il 46 per cento è stato inviato a impianti privi delle autorizzazioni necessarie. Questo significa, tra le altre cose, che per trattare i rifiuti viene spesso utilizzata anche manodopera minorile, senza nessuna protezione, senza nessuna sicurezza. Bambini insomma, che rovistano tra la nostra immondizia per pochi spiccioli al giorno.

Stando ai dati di Environmental Sciences Europe, risalenti al 2019, negli ultimi 30 anni i Paesi ricchi hanno esportato oltre 172 milioni di tonnellate di plastica. Questi rifiuti sono stati fatti sbarcare in 33 diversi Stati africani. Il valore della plastica spostata nel continente nero ammonterebbe a 285 miliardi di dollari.

 

Il ruolo delle grandi lobby

 

Eppure gli Stati africani emergenti sono tra i più attenti alle politiche ambientali: molti hanno già vietato l’uso di plastiche monouso, ben prima di Stati dalle economie più avanzate e nonostante siano costantemente ostacolati dalle grandi lobby della plastica (e quindi del petrolio) che provano in tutti i modi a mantener lo status quo. Capite da soli chi ha la meglio, chi ha più mezzi economici e legali e chi quindi continua a imperversare impunito e completamente deresponsabilizzato.

Certo poi magari in Europa questi grandi colossi si puliscono la coscienza con un po’ di greenwashing mentre continuano ad avvallare insieme ai politici di tutto il mondo il sistematico “commercio” di rifiuti che sta sommergendo i Paesi più poveri con la nostra immondizia. Ci mostrano le immagini dei fiumi asiatici completamente invasi dai rifiuti e ci fanno credere che siano tutti prodotti in loco, quando non è così, gran parte di quei rifiuti proviene dall’Europa o dagli Stati Uniti. Sono i nostri rifiuti. Quelli che pensavamo di aver avviato al riciclo.

 

Ridurre la plastica (specialmente quella monouso) è l’unica soluzione

 

Riciclare non è la soluzione. Non per la plastica, quantomeno. Ridurre la produzione, il consumo e il commercio di questa sostanza è l’unica soluzione possibile al momento. Purtroppo il crollo del prezzo del petrolio ha reso la plastica ancora più interessante agli occhi dei grandi colossi del commercio mondiale: produrre imballi in plastica è ancora più economico di prima e vetro e metalli non possono reggere il confronto.  Speriamo solo che i consumatori siano più saggi dei grandi colossi internazionali.

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